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In difesa di 113 anni di storia e di gloria.
In difesa di 29 scudetti.

Perché la Juventus non è stata difesa.
Non è stata difesa da John Elkann. Anzi...
Non è stata difesa da Gabetti. Anzi...
Non è stata difesa da Grande Stevens. Anzi...
Non è stata difesa da Montezemolo. Anzi...
Non è stata difesa dal presidente Gigli. Anzi...
Non è stata difesa da Cesare Zaccone. Anzi...

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Astenersi Moratti, Borrelli, Guido Rossi e simili
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giovedì 8 aprile 2010

Johnny reo confesso


Con una lettera di poche righe (forse si era slogato un polso e non riusciva a scrivere) al Corriere, riccioli d'oro ha risposto alla tesi di Mario Sconcerti, secondo il quale "la Juve è stata... parte molto attiva nel formulare e accettare la propria condanna" nel 2006.

Riccioli d'oro, con l'innato carisma che traspare anche da poche righe scritte con mano malferma, reagisce con sconcerto alle accuse di Sconcerti: "Non posso accettare un tale stravolgimento dei fatti. Trovo le argomentazioni usate nell’articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera sorprendenti e preoccupanti. La Juventus non è stata «parte attiva nel formulare ed accettare la propria condanna». L'osservanza delle regole e il rispetto delle istituzioni sportive sono gli unici valori che hanno guidato ogni nostra decisione e comportamento".

Dopo QUATTRO lunghi anni, l'eredepercaso è finalmente reo confesso. L'amore per la Juventus, la tutela della società ed il rispetto per azionisti e tifosi non hanno ispirato le sue decisioni ed i suoi comportamenti, guidati esclusivamente dall'osservanza delle regole e dal rispetto delle istituzioni sportive. Ce n'eravamo accorti fin da subito, ma fa piacere che ora riccioli d'oro lo metta per iscritto.

venerdì 5 dicembre 2008

Mieli, ma l'hai mai letto il Corriere?


(Una rara immagine di Mieli che legge il Corriere)
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Paolo Mieli, direttore del Corriere della Serva, ha risposto puntuto alle affermazioni di Berlusconi ("i direttori di giornali come La Stampa e il Corriere della Sera dovrebbero cambiare mestiere"), scrivendo un breve corsivo dal titolo "Il Mestiere di un Giornale".
Secondo Mieli, il "mestiere" del Corriere è quello di "informare dando spazio alle tesi contrapposte ma segnalando ogni volta, in modo trasparente, qual è la posizione del giornale su questo argomento" (forse un "quale sia" sarebbe stato meglio del "qual è" paolomielesco...).

Mi sorge il dubbio che Paolo Mieli non abbia mai letto il Corriere. O che lo abbia letto in modo un po' distratto.

Mi chiedo ad esempio che fine abbia fatto lo "spazio alle tesi contrapposte" nel processo GEA.
Magari Mieili non se ne è accorto, ma il suo giornale ha dato ampio spazio al rinvio a giudizio e poi alle richieste di condanna formulate dal PM Palamara, tacendo invece completamente sulle arringhe delle difese.
Nei giorni scorsi infatti hanno parlato sia gli avvocati di Luciano Moggi sia i difensori di Zavaglia.
Ma il Corriere di Mieli ha deciso che il proprio "mestiere" fosse quello di non dedicare neanche un misero rigo alle tesi degli imputati.

lunedì 7 luglio 2008

Risponde Piero Ostellino (prima parte)



(Alla larga dal Doblò, molto meglio un Berlingò)

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La prima parte dell'intervista del Team Ju29ro a Piero Ostellino è on line

32 domande e 32 risposte di un grande Giornalista Juventino

Oggi le risposte alle prime diciotto domande

Giovedì 10 luglio, la seconda parte con le altre quattordici


Chi è Piero Ostellino

Piero Ostellino, editorialista di punta del Corriere della Sera e penna tra le più apprezzate del panorama giornalistico odierno, è stato direttore del quotidiano milanese tra il 1984 e il 1987.

Scrive per il Corriere da ormai 41 anni.

Corrispondente da Mosca e Pechino, durante gli anni della Guerra Fredda, è un profondo conoscitore dei sistemi politici comunisti.

Di orientamento liberale, ha fondato nel 1963 il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi di Torino, di cui è ora presidente onorario.

Ha diretto dal 1990 al 1995 l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) di Milano. Autore di numerose pubblicazioni, è stato insignito del premio Campione d'Italia e del premio Saint-Vincent.

Ma, soprattutto, è uno Ju29ro. Un collega, insomma.

Rancoroso al punto giusto.

Ovviamente, tifoso di Serie C, secondo la classificazione del presidente (facente funzioni di Franzo) più gemellare che ci sia.

Ecco alcuni suoi interventi a gamba tesa sul bananeto calcistico (clicca sul titolo per andare all'articolo):




4. Ha scritto assieme a Christian Rocca la prefazione al libro di Pasta e Sironi "Juventus, il processo farsa", di cui vi avevo parlato in un precedente post (clicca qui).


Le prime 18 domande (con relative risposte)

1. Cosa significa per lei la Juve?

Diciamo che è il primo amore, perché sono diventato Juventino quando avevo sei o sette anni, quando nella Juventus giocavano ancora Vycpalek, Depetrini, Rava, Korostolev, il primo Boniperti, Parola, insomma, diciamo così, la vecchia Juventus.

Quindi è stato per me il primo amore, prima ancora di avere, come dire, un amore di natura affettiva e sentimentale.

2. Ricorda perché è diventato Juventino e può rievocare il primo ricordo bianconero?

Io credo che Juventini si nasca, credo che lo dicano persino San Tommaso o Sant'Agostino, dicendo che l'uomo è toccato dalla grazia divina: ha la fede se è toccato dalla grazia divina.

Io sono Juventino, perché sono stato toccato dalla grazia divina.

3. Qual è la gioia più grande che le ha regalato la Juve e quale la maggiore tristezza?

La gioia più grande: tutti gli scudetti, uno dopo l'altro.
La più grande tristezza è l’ingiustizia perpetrata da una giuria creata ad hoc, che ha emesso una sentenza che interpretava un diffuso sentimento popolare, cioè una sentenza fatta al bar sport invece che in un tribunale. Una cosa che può succedere solo in questo paese.

4. Lei che ha conosciuto da vicino l'Avvocato e suo fratello, cosa ci può raccontare della loro passione per la Juventus? Era veramente così profonda ed esclusiva come appariva a noi tifosi?

Era una passione vera, profonda, forte, esattamente come la mia, con la sola differenza che loro ci mettevano i soldi ed io soltanto il tifo.

Ma era una passione vera e profonda: l'Avvocato Agnelli era un autentico tifoso, ma non solo un tifoso, e così il Dottor Umberto. Dei grandi conoscitori del calcio, amavano il calcio, e per questo erano tifosi della Juventus.

5. Qual è, invece, il grado di Juventinità di John Elkann, l'erede designato dall'avvocato, al quale vanno l'onore e l'onere di gestire anche la squadra più amata dagli italiani?

Beh, io ho simpatia per questo ragazzo, perché nei suoi confronti tendo ad adottare, almeno per quello che riguarda la Juventus, quel famoso detto napoletano, "a fessa in man’ a 'e creature" ... Io ho l'impressione che la Juventus sia una cosa troppo grande, nella sua storia, nelle sue dimensioni popolari, nella sua forza, per essere gestita da un ragazzo intelligente, per bene, ma sicuramente "una creatura", come direbbero i napoletani.

6. Quando ha letto e ascoltato le intercettazioni di Luciano Moggi, cosa ha provato? In quei nastri c'era solo quello che c'era da aspettarsi intercettando un alto dirigente di una squadra di serie A, o altro?

Moggi faceva quello che io ho poi scritto anche sul Corriere della Sera, era un uomo di relazioni.

Lei crede che il capo delle relazioni esterne della Fiat, della Vodafone, o di qualche altro grande gruppo internazionale, non si comporti allo stesso modo?Cioè, crea una rete di relazioni. Questa rete di relazioni, e questo modo di fare relazioni, è persino studiato nelle università americane.

Io Moggi l'avrei fatto presidente della FIGC: così, al successo dei Campionati del Mondo di due anni fa, Blatter sarebbe venuto a premiare gli italiani, invece di non venire.

7. Allo scoppio di Calciopoli, poche voci di Juventini autorevoli, tra cui la sua, si levarono a difesa della Juventus. Per contro, nessun non-Juventino ha avvertito l'esigenza morale di dissociarsi dal clima di linciaggio di quei giorni. Qual è il motivo?

Perché siamo un popolo di conformisti, perché ci adagiamo sul conformismo, sul politicamente corretto (si diceva questo) e, siccome il moralismo prevale sulle regole del gioco, tutti hanno aderito ad una formula moralistica, in funzione anti-Juventina, per odio viscerale nei confronti della Juventus o anche soltanto per imbecillità.(...)

venerdì 4 luglio 2008

Pietro Ostellino


(Sei amico di Travaglio? Viaggia pure con la Palio)

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Pietro Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, è uno Ju29ro (un Cobolli, se mi consentite, ma un po' meno integralista).

Squadrista, incazzato, sobillatore.

Un perfetto tifoso di Serie C.

Uno dei pochi tifosi cosiddetti VIP, se non l'unico, che abbia difeso la Juventus e Moggi.

Lo Ju29ro Team ha intervistato "il collega", facendogli una trentina di domande (e ricevendo, a sorpresa, altrettante risposte).

L'intervista sarà pubblicata la prossima settimana, in due parti.

Volete sapere chi ha scelto Guido Rossi?

Vi viene il dubbio che il conflitto di interessi di Guido Rossi fosse diverso da quello apparente?

Vi interessa un confronto tra la passione bianconera dei fratelli Agnelli e quella di John El Kan?

Vi incuriosisce un giudizio autorevole sulla magistratura e sui giornalisti?

Vi chiedete a cosa servano le intercettazioni?

Non avete ancora capito da cosa sia nata Calciopoli?

Etc etc etc

Se avete risposto SI ad una o più delle domande precedenti, non vi resta che aspettare la pubblicazione dell'intervista.

Se avete risposto NO a tutte le domande precedenti, non vi resta che andare a fare in culo.

martedì 11 dicembre 2007

Dossier Telecom / 3 - Gli sviluppi della vicenda


(Dossier del Drago di Cheb - http://www.ju29ro.com/)
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Le intuizioni e i concetti costituiscono gli elementi della nostra conoscenza, così non possono esserci concetti senza intuizioni e intuizioni senza concetti.
Immanuel Kant
Prima di continuare a illustrare la storia del caso Telecom è giusto fermarsi un attimo. Nel capitolo precedente abbiamo visto che si è verificato qualcosa di grave e irreparabile, la morte di Adamo Bove, ma è opportuno a questo punto spiegare adeguatamente le varie posizioni.
Innanzitutto è necessario dire che i familiari di Adamo Bove non credono al suicidio, sanno che Adamo soffriva di vertigini e che sospettava di essere pedinato. Bove, inoltre, aveva la certezza che qualcuno, all’interno dell’azienda, volesse scaricare su di lui le responsabilità dello spionaggio Telecom, probabilmente per “salvare” qualcuno di molto potente.
Al contrario la testimonianza della dipendente Telecom, Caterina Plateo, alle autorità giudiziarie («A un certo punto cominciai a nutrire perplessità circa le richieste del dottor Bove su elaborazioni dati, in particolare quelle che mi venivano fatte telefonicamente o su biglietti... per utenze che risultavano poi in contatto con personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport o di enti locali, quali il Banco di Roma») sembra far ricadere ogni responsabilità su Bove stesso. Interessante anche ricordare come, nella sua deposizione, la dott.sa Plateo abbia parlato dell’esistenza di una macchina per le intercettazioni vocali uguale a quelle in uso alle forze dell’ordine: l’RT6000.
Noi vi sono elementi per stabilire se Bove fosse realmente complice del network spionistico di Telecom o se fosse una persona giusta e onesta che aveva intenzione di smantellare il network stesso. Sarà compito dell’autorità giudiziaria scoprire la verità e, fino a quel momento, ci limiteremo a registrare tutte e due le tesi, senza esprimere giudizi di merito.

Fatta questa doverosa premessa possiamo continuare con il nostro racconto.
L’11 Settembre del 2006 Marco Tronchetti Provera rassegna le sue dimissioni dalla presidenza di Telecom, ma questa improvvisa svolta non viene messa in relazione allo scandalo delle intercettazioni e dei dossier illegali, quanto ad una polemica tra Tronchetti e il Governo, nella quale quest’ultimo avrebbe fatto pressioni per convincerlo a cedere il controllo della rete fissa dell’azienda alla Cassa Depositi e Prestiti (ente statale).
Tronchetti Provera, in reazione a queste presunte pressioni governative, parla al Corriere della Sera del cosiddetto “Piano Rovati” (da Angelo Rovati, “consigliere economico” del Presidente del Consiglio), una sorta di Business Plan sulla sostenibilità finanziaria della suddetta operazione. Ma, dietro questa mossa, secondo alcuni, si celerebbero motivazioni diverse.
Pochi giorni dopo (20 di Settembre del 2006), infatti, il Giudice per le Indagini Preliminari di Milano emette 21 ordinanze di custodia cautelare, per associazione a delinquere finalizzata allo “spionaggio illegale” e alla corruzione. Finiscono in manette un commercialista (accusato di aver organizzato la galassia di finanziarie estere attraverso le quali gli spioni facevano perdere le tracce dei milioni di euro spesi dalla Telecom per i dossier), undici uomini di Guardia di Finanza e Carabinieri, oltre che un dipendente dell’Agenzia delle Entrate di Firenze. Secondo gli inquirenti, questa organizzazione sarebbe stata capeggiata da Giuliano Tavaroli (ex capo della security Telecom e del CNAG), Pierluigi Iezzi (security della Pirelli) ed Emanuele Cipriani (Polis d’Istinto), con la presunta complicità di Marco Mancini, alto esponente del Sismi già indagato in relazione al caso “Abu Omar”.

Qualche mese dopo (*) finiscono in manette anche Fabio Ghioni, un ex giornalista di Famiglia Cristiana, Sasinini, mentre Giuliano Tavaroli, già incarcerato, viene raggiunto da un nuovo ordine di custodia cautelare.
Il primo viene accusato di essere a capo di una speciale struttura di Telecom, denominata Tiger Team, accusata di condurre attacchi informatici a siti di aziende concorrenti (Vodafone, per esempio) e di riuscire a scardinare le difese delle caselle di posta elettronica di personaggi ritenuti scomodi. Il secondo invece, avrebbe avuto il compito di redigere delle analisi su persone precedentemente dossierate dalla Polis d’Istinto di Cipriani.
Nel Novembre 2007 vengono arrestati altri componenti: Alfredo Melloni (del Tiger Team) e Roberto Preatoni.
In seguito anche Angelo Iannone, ex carabiniere e appartenente alla divisione brasiliana di Telecom, finisce nell’occhio della giustizia, aprendo un altro capitolo della vicenda: una “guerra” che vedrebbe contrapposta l’agenzia spionistica americana Kroll (assoldata dal nemico storico di Telecom, Dantes) e la Telecom per il controllo di Telecom Brasil (chi volesse approfondire i risvolti legati a questo episodio può fare riferimento agli articoli del giornalista Davide Giacalone su http://www.davidegiacalone.it/).
Ma chi erano i mandanti di questa gigantesca azione di spionaggi che, secondo la stampa, supererebbe per gravità persino i dossier illegali dell’epoca del Sifar del Gen.De Lorenzo?
Noi non ci azzardiamo a dare giudizi, che potrebbero essere smentiti, essendo l’inchiesta della Non essendoci giudizi certi e definitivi ci limitiamo a menzionare quanto scritto in un’Ordinanza dal Giudice delle Indagini Preliminari, Giuseppe Gennari: «Siamo di fronte a una parte di attività che nulla ha a che fare con gli scopi aziendali e quindi con gli interessi dei soci ai quali è necessario guardare per verificare se il denaro della società venga impiegato da chi ne ha la disponibilità in conformità alle ragioni per le quali il potere stesso e' attribuito». Secondo il Gip, quindi, l’opera di spionaggio avrebbe avuto interessi in gran parte slegati da logiche di tipo concorrenziali/aziendali, trovando invece motivazione negli interessi di singole persone che, essendo a capo della società, avrebbero fatto uso di queste facoltà per scopi privati.
Più avanti, nell’Ordinanza, si legge che «quando si parla di appropriazione indebita la persona offesa è il soggetto giuridico società dietro cui si collocano i soci azionisti che della società sono proprietari e non certo l'amministratore della società e il vertice». In questa ottica, andrebbero nettamente separate le posizioni dell’azienda in quanto tale da quelle dei suoi amministratori: in sostanza, l’azienda (e i suoi azionisti, che non hanno voce in capitolo nella gestione) potrebbe essere considerata vittima del reato di appropriazione indebita, dunque della distrazione di fondi, utilizzati non per fini “istituzionali” ma per perseguire obiettivi addirittura illeciti, dei quali gli autori sarebbero stati pienamente consapevoli.
Gennari chiude accennando ad una pen drive in possesso di Tavaroli, sulla quale sarebbero state memorizzate una serie di comunicazioni intercorse tra funzionari dell’Antitrust, che testimonierebbero lo spionaggio dell’Ente da parte della rete spionistica Telecom. Questo fatto manifesterebbe «l'eccezionale gravita' del comportamento della Security di Telecom, la quale era in grado di mettere nelle mani dell'azienda (perché è ovvio che le notizie prelevate non fossero appunto di utilizzo da parte della Security) elementi di conoscenza potenzialmente in grado di interferire, gravemente e illecitamente, nell'operato di un soggetto istituzionale che dovrebbe essere massima espressione di autonomia come il Garante per il Mercato e la Concorrenza».
Fabio Ghioni, in una recente intervista, ha dichiarato che i vertici aziendali erano, perfettamente al corrente delle azioni illecite commesse in Brasile nell’ambito della “guerra” per il controllo di Telecom Brasil: «Inizialmente sulla vicenda sudamericana la security venne coinvolta solo marginalmente. Le strutture più impegnate erano l’ufficio affari legali internazionali, il top management della Telecom Italia Latino-America, dalla presidenza in giù, il general counsel, l’ufficio legale. Senza dimenticare i vari centri di costo. La security è entrata in gioco successivamente, quando ci è stato richiesto di trovare le prove dell’attività di spionaggio della Kroll e di rispondere. Tavaroli ha capito che era una grande occasione per tutti noi». Insomma, non solo i vertici telecom conoscevano il comportamento della security ma lo incentivavano.

Continua ....

Nota (*):

19 gennaio 2007 alle 16:16 — Fonte: repubblica.it. Caso Telecom, altri quattro arresti. Attaccarono il computer di Colao - Oltre a Tavaroli, in manette o arresti domiciliari Fabio Ghioni e Rocco Lucia, dipendenti del gruppo, e l’ex giornalista di Famiglia Cristiana Guglielmo Sasinini. Accusati di aver tentato di introdursi nel pc dell’amministratore delegato Rcs e in quello di Massimo Mucchetti, giornalista del Corriere della Sera.

23 marzo 2007 alle 10:40 — Fonte: repubblica.it. Dossier illegali Telecom, nuovi arresti - Tredici ordinanze di custodia cautelare notificate a uomini delle forze dell’ordine ed ex manager. Avrebbero ricevuto denaro per raccogliere informazioni riservate raccolte in 30 archivi. Nei guai Tavaroli, Ghioni, Iezzi e l’ex giornalista di Famiglia Cristiana, Sasinini”.

Indice articoli precedenti:

martedì 4 dicembre 2007

Il partito della decadenza. Un establishment piccolo piccolo


E' uscito un bel libro, dedicato a Lucky Luke e ai suoi compagni di merende.


Il partito della decadenza, di Lodovico Festa


Luigi Abete e Diego Della Valle. Marco Tronchetti Provera e Paolo Mieli. Oltre, naturalmente, alla star Luca Cordero Di Montezemolo. Con, sullo sfondo, il mondo Fiat e Capitalia. In rapporto-scontro con Giovanni Bazoli. Questi i nomi e cognomi, indicati da Lodovico Festa, nel suo ultimo libro "Il partito della decadenza", dei protagonisti di quello che l'autore chiama "il piccolo establishment", che sta condizionando non poco le vicende economiche, sociali e politiche italiane.

Fondatore, con Giuliano Ferrara, de Il Foglio, Festa è editorialista di diverse testate, quali Il Giornale, Tempi, Finanza e Mercati e Il Valore. Festa è soprattutto un pensatore libero e che, in un mondo paludato, conservatore, convenzionale e timido qual è la stampa economica italiana, non teme di criticare quelli che è possibile ancora definire i poteri forti (anche se qualcuno, visto il loro declino, li chiama ormai "poteri fortini"): Fiat e dintorni, le grandi banche, i santuari della finanza. Prendendo spunto dall'ultimo libro di Lodovico, abbiamo fatto con lui una chiacchierata sugli equilibri di potere in Italia.

Sulla copertina del tuo libro, proprio sotto il titolo "Il partito della decadenza", c'è un'immagine di Montezemolo. Allora è proprio Lcdm (come lo indicano alcuni commentatori, dalle iniziali del nome e cognome), il simbolo del nostro declino?
«Si, perchè insieme ai suoi amici, subordina gli interessi fondamentali del Paese ad alcuni interessi particolari».


Quali?
«Il gruppo di cui Montezemolo fa parte, non si cura delle esigenze vere dell'Italia, diciamo, in senso lato, la modernizzazione del Paese. Così, quando nel 2005, in vista delle elezioni si accorda con Romano Prodi, lo fa come espressione di un blocco di potere che ha a cuore –non solo, ma in particolare- la Fiat».

Non mi sembra una novità assoluta. Dal dopoguerra in poi, l'economia italiana è sempre stata condizionata da élite. Che hanno spesso avuto tra le priorità la salvaguardia del gruppo torinese. Anzi, è stato talmente stretto il legame tra lo sviluppo del nostro sistema economico e quello degli Agnelli, che qualche economista un po' eretico si è posto la domanda: "L'Italia è diventata uno dei paesi più industrializzati del mondo anche grazie alla Fiat, o nonostante la Fiat?". E c'era chi sosteneva che era l'asse Torino (Fiat)-Milano (Piazzetta Filodrammatici, non ancora Piazzetta Cuccia)- Trieste (le Generali), a dettare l'agenda economica del paese.
«In verità, il vecchio establishment, pur compiendo errori, era riuscito a tenere insieme il paese. Certo, aiutato in questo dalla situazione internazionale bloccata dalla Guerra fredda. Con la caduta del muro e la globalizzazione, la situazione si è ribaltata».

Cuccia & Co avevano però una visione giacobina, da club dei migliori. In base alla quale "le azioni non si contano ma si pesano", come pare abbia sentenziato il "signore" di Mediobanca. E il peso giusto era quello degli amici dei famigerati salotti buoni. Non mi dissocio perciò da chi sostiene che l'asse TO-Mi-TS bloccava un salutare ricambio dei vertici della classe dirigente, con il risultato di rendere l'Italia un paese privo di vera concorrenza interna.
«Come ho scritto, le caratteristiche del nostro dopoguerra avevano prodotto il tipo di establishment –finanziario, editoriale, grande industriale, universitario- che conosciamo: abbastanza chiuso, tendenzialmente consociativo, conservatore negli obiettivi. Certo, in una società moderna, il valore d'un establishment consiste non solo nella sua capacità di vigilare autorevolmente sulla discussione della comunità nazionale perchè non travalichi gli interessi del paese, ma pure nella sua funzione di promuovere una vera competizione tra le idee, le posizioni e le soluzioni. In fondo, Enrico Cuccia aveva tentato un'apertura, ma è stato contrastato e il suo erede fatto fuori».


L'alta classe dirigente che per decenni si identificava con lui aveva rispetto a quella attuale ben altra grandezza. E passiamo a questo establishment piccolo piccolo.

«E' rimasto un establishment sempre più ristretto e inefficace, che non si pone la questione di garantire con la sua autorevolezza le aperture della società italiana. Anzi, usa il poco fascino che gli resta per conservare e accumulare più potere possibile, o almeno per mantenere le posizioni».


I nomi cui ti riferisci, li abbiamo già fatti all'inizio: Montezemolo, e soci. è una teoria condivisa da altri giornalisti attenti. Angela Maria Scullica, direttore di BancaFinanza, in un servizio intitolato "Diego Della Valle, il braccio armato di Montezemolo", scrive: "se si parte da Della Valle si arriva inevitabilmente alla definizione di un gruppo eterogeneo, formato da industriali, giornalisti, banchieri e politici, che oggi (ndr: era il gennaio 2005) si sta muovendo con determinazione per affermare interessi e valori e acquistare potere sulla scena economica e politica italiana, che vede in Montezemolo il suo uomo di punta. Ne fanno parte tra gli altri, Enrico Mentana, Carlo Rossella, Ezio Mauro, Marco Leonelli e Maurizio Beretta, con i quali sin dal 1994 Luca e Diego diedero vita in Germania al "Club di Berlino". Nel tempo il gruppo di amiconi si ingrandì con Luigi Abete, Paolo Panerai, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici e altri ancora". Insomma c'è una certa sovrapposizione di nomi tra i "ragazzi di Berlino" e i tuoi piccoli establisher. Ma li consideri piccoli soltanto perchè tengono conto di interessi di parte e non di interessi nazionali?

«Questo è senz'altro il motivo principale. Come ho detto, il piccolo establishment si è posto come obiettivi il risanamento Fiat e alcune operazioni quali le fusioni bancarie avviate da Intesa e Unicredit. Tuttavia lo considero un establishment piccolo anche per il profilo dei suoi protagonisti: nonostante alcuni siano di valore, restano comunque piccoli rispetto ai registi del passato, quali Enrico Cuccia e Gianni Agnelli. Questo establishment poi, è particolarmente deleterio, e tende a impedire l'evoluzione della società. Pensiamo anche alla vicenda di due estati fa quando sembrava che si profilasse una collaborazione tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, con la comune partecipazione a un fondo di private equity. Bene, il piccolo establishment si oppose con vigore a questa prospettiva. E il quotidiano di Mieli fu tra i più accaniti oppositori. Giovanni Sartori scrisse sul Corriere che "Non è vero che pecunia non olet. A volte il denaro puzza. E quello di Berlusconi per De Benedetti dovrebbe strapuzzare». Mentre il vicedirettore Dario Di Vico appare compiaciuto quando Arturo Parisi in un'intervista condanna il possibile accordo tra Silvio e Carlo evocando la questione morale e sostenendo: "come si può dire che l'alleanza appaia confinata al solo mondo e alla sola logica degli affari?"»


A proposito di Berlusconi, come mai non è mai entrato nell'establishment, nè nel grande nè nel piccolo?

«I motivi sono complessi. Inclusa una motivazione psicologica, quale una sorta di complesso d'inferiorità da parte del figlio di un funzionario bancario lombardo nei confronti delle grandi banche. Poi c'è l'incompatibilità con l'istinto liberista che Berlusconi a volte dimostra di avere. E infine c'è il fastidio da parte dell'establishment ad allargare il circolo del potere».


La necessità di superare la chiusura delle élite la sottolinei bene quando scrivi che occorre "sostenere quella sorta di rivoluzione borghese che si è innescata negli anni '90. Al centro di questa rivoluzione c'è la rivendicazione orgogliosa del proprio lavoro, con conseguente richiesta di ritirata da parte dello Stato. Su questo sentimento, sulle parole d'ordine che ne derivano, si sono messi insieme dal grande indistriale estraneo al piccolo establishment al bottegaio, all'operaio del Nord-est che in più d'un caso si appresta a diventare imprenditore. Temi e parole d'ordine che in qualche modo hanno ispirato il berlusconismo e sul versante sindacale la Confindustria damatiana". Ma perchè la nostra borghesia ha tardato tanto a cercare una riscossa, lasciando di fatto, con la sua debolezza "politica" il pallino nelle mani dei vari establishment?

«Il discorso parte da lontano, dall'unità d'Italia, fatta non da un movimento borghese, ma dall'aristocrazia piemontese. Insomma l'Italia è costruita dall'alto, non nasce da rivoluzioni come l'Inghilterra e la Francia. Oltretutto, con il Non expedit proclamato da Pio IX nel 1874, la borghesia si spacca tra laici e cattolici, con questi ultimi esortati dal Papa a non partecipare alla vita politica. Negli anni Venti poi, la borghesia si schiera col fascismo e nel dopoguerra sconta questo suo peccato delegando di fatto alla Chiesa e alla DC il compito di reggere lo Stato. E appunto solo dopo la fine della Guerra civile europea, durata dal '14 alla caduta del Muro, che la borghesia tenta di assumere un ruolo politico. Il che si traduce pure con l'affermazione della Lega e del berlusconismo».


Ma c'è speranza di uscire dalle logiche del piccolo establishment?

«Segnali positivi non mancano. Due protagonisti di questi ultimi anni come Sergio Marchionne e Alessandro Profumo sembrano ragionare in una logica più manageriale che di conservazione di potere».


Ma torniamo a Montezemolo, per te emblema della decadenza italiana. Non si può negare che con il grande Gianni Agnelli la Fiat ha via via perso competitività e quote di mercato, mentre la presidenza Lcdm –sia pure non strettamente operativa-ha coinciso con un quasi miracoloso rilancio del Lingotto.

«Il suo ruolo è stato in realtà solo quello del comunicatore. Che è nelle sue corde».


Sarà pure un comunicatore. Però dopo i suoi successi giovanili con la Ferrari di Lauda, nonostante una stampa nel complesso indulgente, che ha chiuso un occhio sui suoi non rari incidenti professionali, la sua immagine non era certo quella di un manager di grande spessore. Più che altro, complice anche il suo lungo legame con la regina dell'erotismo all'italiana, Edwige Fenech, Lcdm era diventato un personaggio "leggero", tanto da meritarsi il nomignolo di "Libera e bella", per il suo vezzo di sistemarsi i capelli. Con la presidenza della Ferrari supervincente via via l'immagine di Lcdm s'è rafforzata. E la sua presidenza di Confindustria è criticabile, ma appare forte.

«Di fonte a compiti complicati Montezemolo è obiettivamente un disastro. Oggi gestisce la Confindustria male. Ha però il supporto di personaggi solidi quali Innocenzo Cipolletta, Mieli, Abete e Della Valle. Di cui ho però un giudizio pessimo per le linee che hanno contribuito a far assumere a Confindustria ».


Almeno non negherai che è stato capace di crearsi una bella squadra?

«E' più corretto dire che è lui l'espressione di una bella squadra».


Ma perchè gli Agnelli lo hanno sempre protetto e appoggiato, trattandolo da enfant gate cui si perdona tutto?

«Diciamo che l'Avvocato indulgeva a un certo istinto feudale».


giovedì 21 giugno 2007

Christian Rocca sulla sabbia di RCS


(Bonarober per www.juworld.net)
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Palate di sabbia

Il Corriere della Sera, oggi, ha trovato ben due-giornalisti-due per scrivere la velina dettata dagli indossatori di onestà altrui, e peraltro nessuno dei due è Fabio Monti. A un certo punto i due scrivono addirittura che "in ogni caso è esclusa la revoca dello scudetto 2005-06". E' vero, sui giornali di regime e dei poteri forti la revoca è esclusa, con la lodevole eccezione di Repubblica, malgrado il codice sportivo dica esattamente il contrario e non solo per quello del 2005-06 rubato alla Juve, ma anche per quello aziendale di quest'anno. I potenti del calcio minimizzano e solidarizzano (e ci credo, si aprisse il capitolo bilanci falsi...), mentre l'ex MicroMega rosea di Carlo Verdelli fa scrivere all'ex vice Torquemada che è stato "sollevato un processo sommario" contro Moratti. La tesi di questi moralisti aziendali è questa: "fosse stato loro contestato qualcosa, si può ragionevolmente supporre che avrebbero ripianato mettendo mano al portafoglio". Certo, anche Moggi truccava il campionato, ma se glielo avessero contestato in tempo si può ragionevolmente supporre che avrebbe smesso. Come dire: chi è ricco può imbrogliare e comprare calciatori a volontà, falsificando il campionato. Guai però se lo facesse uno povero, in quel caso la mannaia rosea dei Verdelli boys sarebbe spietata.In tutto questo c'è il solito imbarazzante silenzio di Cobolli Gigli, temperato dalla grandezza di Fabio Capello.

21 giugno

www.ilfoglio.it/camillo