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martedì 11 dicembre 2007

Dossier Telecom / 3 - Gli sviluppi della vicenda


(Dossier del Drago di Cheb - http://www.ju29ro.com/)
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Le intuizioni e i concetti costituiscono gli elementi della nostra conoscenza, così non possono esserci concetti senza intuizioni e intuizioni senza concetti.
Immanuel Kant
Prima di continuare a illustrare la storia del caso Telecom è giusto fermarsi un attimo. Nel capitolo precedente abbiamo visto che si è verificato qualcosa di grave e irreparabile, la morte di Adamo Bove, ma è opportuno a questo punto spiegare adeguatamente le varie posizioni.
Innanzitutto è necessario dire che i familiari di Adamo Bove non credono al suicidio, sanno che Adamo soffriva di vertigini e che sospettava di essere pedinato. Bove, inoltre, aveva la certezza che qualcuno, all’interno dell’azienda, volesse scaricare su di lui le responsabilità dello spionaggio Telecom, probabilmente per “salvare” qualcuno di molto potente.
Al contrario la testimonianza della dipendente Telecom, Caterina Plateo, alle autorità giudiziarie («A un certo punto cominciai a nutrire perplessità circa le richieste del dottor Bove su elaborazioni dati, in particolare quelle che mi venivano fatte telefonicamente o su biglietti... per utenze che risultavano poi in contatto con personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport o di enti locali, quali il Banco di Roma») sembra far ricadere ogni responsabilità su Bove stesso. Interessante anche ricordare come, nella sua deposizione, la dott.sa Plateo abbia parlato dell’esistenza di una macchina per le intercettazioni vocali uguale a quelle in uso alle forze dell’ordine: l’RT6000.
Noi vi sono elementi per stabilire se Bove fosse realmente complice del network spionistico di Telecom o se fosse una persona giusta e onesta che aveva intenzione di smantellare il network stesso. Sarà compito dell’autorità giudiziaria scoprire la verità e, fino a quel momento, ci limiteremo a registrare tutte e due le tesi, senza esprimere giudizi di merito.

Fatta questa doverosa premessa possiamo continuare con il nostro racconto.
L’11 Settembre del 2006 Marco Tronchetti Provera rassegna le sue dimissioni dalla presidenza di Telecom, ma questa improvvisa svolta non viene messa in relazione allo scandalo delle intercettazioni e dei dossier illegali, quanto ad una polemica tra Tronchetti e il Governo, nella quale quest’ultimo avrebbe fatto pressioni per convincerlo a cedere il controllo della rete fissa dell’azienda alla Cassa Depositi e Prestiti (ente statale).
Tronchetti Provera, in reazione a queste presunte pressioni governative, parla al Corriere della Sera del cosiddetto “Piano Rovati” (da Angelo Rovati, “consigliere economico” del Presidente del Consiglio), una sorta di Business Plan sulla sostenibilità finanziaria della suddetta operazione. Ma, dietro questa mossa, secondo alcuni, si celerebbero motivazioni diverse.
Pochi giorni dopo (20 di Settembre del 2006), infatti, il Giudice per le Indagini Preliminari di Milano emette 21 ordinanze di custodia cautelare, per associazione a delinquere finalizzata allo “spionaggio illegale” e alla corruzione. Finiscono in manette un commercialista (accusato di aver organizzato la galassia di finanziarie estere attraverso le quali gli spioni facevano perdere le tracce dei milioni di euro spesi dalla Telecom per i dossier), undici uomini di Guardia di Finanza e Carabinieri, oltre che un dipendente dell’Agenzia delle Entrate di Firenze. Secondo gli inquirenti, questa organizzazione sarebbe stata capeggiata da Giuliano Tavaroli (ex capo della security Telecom e del CNAG), Pierluigi Iezzi (security della Pirelli) ed Emanuele Cipriani (Polis d’Istinto), con la presunta complicità di Marco Mancini, alto esponente del Sismi già indagato in relazione al caso “Abu Omar”.

Qualche mese dopo (*) finiscono in manette anche Fabio Ghioni, un ex giornalista di Famiglia Cristiana, Sasinini, mentre Giuliano Tavaroli, già incarcerato, viene raggiunto da un nuovo ordine di custodia cautelare.
Il primo viene accusato di essere a capo di una speciale struttura di Telecom, denominata Tiger Team, accusata di condurre attacchi informatici a siti di aziende concorrenti (Vodafone, per esempio) e di riuscire a scardinare le difese delle caselle di posta elettronica di personaggi ritenuti scomodi. Il secondo invece, avrebbe avuto il compito di redigere delle analisi su persone precedentemente dossierate dalla Polis d’Istinto di Cipriani.
Nel Novembre 2007 vengono arrestati altri componenti: Alfredo Melloni (del Tiger Team) e Roberto Preatoni.
In seguito anche Angelo Iannone, ex carabiniere e appartenente alla divisione brasiliana di Telecom, finisce nell’occhio della giustizia, aprendo un altro capitolo della vicenda: una “guerra” che vedrebbe contrapposta l’agenzia spionistica americana Kroll (assoldata dal nemico storico di Telecom, Dantes) e la Telecom per il controllo di Telecom Brasil (chi volesse approfondire i risvolti legati a questo episodio può fare riferimento agli articoli del giornalista Davide Giacalone su http://www.davidegiacalone.it/).
Ma chi erano i mandanti di questa gigantesca azione di spionaggi che, secondo la stampa, supererebbe per gravità persino i dossier illegali dell’epoca del Sifar del Gen.De Lorenzo?
Noi non ci azzardiamo a dare giudizi, che potrebbero essere smentiti, essendo l’inchiesta della Non essendoci giudizi certi e definitivi ci limitiamo a menzionare quanto scritto in un’Ordinanza dal Giudice delle Indagini Preliminari, Giuseppe Gennari: «Siamo di fronte a una parte di attività che nulla ha a che fare con gli scopi aziendali e quindi con gli interessi dei soci ai quali è necessario guardare per verificare se il denaro della società venga impiegato da chi ne ha la disponibilità in conformità alle ragioni per le quali il potere stesso e' attribuito». Secondo il Gip, quindi, l’opera di spionaggio avrebbe avuto interessi in gran parte slegati da logiche di tipo concorrenziali/aziendali, trovando invece motivazione negli interessi di singole persone che, essendo a capo della società, avrebbero fatto uso di queste facoltà per scopi privati.
Più avanti, nell’Ordinanza, si legge che «quando si parla di appropriazione indebita la persona offesa è il soggetto giuridico società dietro cui si collocano i soci azionisti che della società sono proprietari e non certo l'amministratore della società e il vertice». In questa ottica, andrebbero nettamente separate le posizioni dell’azienda in quanto tale da quelle dei suoi amministratori: in sostanza, l’azienda (e i suoi azionisti, che non hanno voce in capitolo nella gestione) potrebbe essere considerata vittima del reato di appropriazione indebita, dunque della distrazione di fondi, utilizzati non per fini “istituzionali” ma per perseguire obiettivi addirittura illeciti, dei quali gli autori sarebbero stati pienamente consapevoli.
Gennari chiude accennando ad una pen drive in possesso di Tavaroli, sulla quale sarebbero state memorizzate una serie di comunicazioni intercorse tra funzionari dell’Antitrust, che testimonierebbero lo spionaggio dell’Ente da parte della rete spionistica Telecom. Questo fatto manifesterebbe «l'eccezionale gravita' del comportamento della Security di Telecom, la quale era in grado di mettere nelle mani dell'azienda (perché è ovvio che le notizie prelevate non fossero appunto di utilizzo da parte della Security) elementi di conoscenza potenzialmente in grado di interferire, gravemente e illecitamente, nell'operato di un soggetto istituzionale che dovrebbe essere massima espressione di autonomia come il Garante per il Mercato e la Concorrenza».
Fabio Ghioni, in una recente intervista, ha dichiarato che i vertici aziendali erano, perfettamente al corrente delle azioni illecite commesse in Brasile nell’ambito della “guerra” per il controllo di Telecom Brasil: «Inizialmente sulla vicenda sudamericana la security venne coinvolta solo marginalmente. Le strutture più impegnate erano l’ufficio affari legali internazionali, il top management della Telecom Italia Latino-America, dalla presidenza in giù, il general counsel, l’ufficio legale. Senza dimenticare i vari centri di costo. La security è entrata in gioco successivamente, quando ci è stato richiesto di trovare le prove dell’attività di spionaggio della Kroll e di rispondere. Tavaroli ha capito che era una grande occasione per tutti noi». Insomma, non solo i vertici telecom conoscevano il comportamento della security ma lo incentivavano.

Continua ....

Nota (*):

19 gennaio 2007 alle 16:16 — Fonte: repubblica.it. Caso Telecom, altri quattro arresti. Attaccarono il computer di Colao - Oltre a Tavaroli, in manette o arresti domiciliari Fabio Ghioni e Rocco Lucia, dipendenti del gruppo, e l’ex giornalista di Famiglia Cristiana Guglielmo Sasinini. Accusati di aver tentato di introdursi nel pc dell’amministratore delegato Rcs e in quello di Massimo Mucchetti, giornalista del Corriere della Sera.

23 marzo 2007 alle 10:40 — Fonte: repubblica.it. Dossier illegali Telecom, nuovi arresti - Tredici ordinanze di custodia cautelare notificate a uomini delle forze dell’ordine ed ex manager. Avrebbero ricevuto denaro per raccogliere informazioni riservate raccolte in 30 archivi. Nei guai Tavaroli, Ghioni, Iezzi e l’ex giornalista di Famiglia Cristiana, Sasinini”.

Indice articoli precedenti:

mercoledì 14 novembre 2007

Dossier Telecom / 1 - Le intercettazioni illegali


(Nella foto, il best seller del quartiere Bicocca e dintorni)
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(Dossier del Drago di Cheb - www.ju29ro.com/)
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Avvertenza per i lettori: questa ricostruzione dello scandalo Telecom-Spy è da considerare come un semplice riassunto di quanto apparso sugli organi di stampa. Non siamo giornalisti e non abbiamo informazioni privilegiate, quanto da noi scritto è facilmente reperibile leggendo i numeri arretrati de Il Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica, L’Espresso, Panorama e di tutti gli altri giornali e settimanali italiani.

La ricostruzione completa conterà di 4 o 5 articoli, che appariranno periodicamente sul sito, con questi titoli:

1) Telecom-spy: la genesi;

2) Telecom-spy: l’evoluzione;

3) Telecom-spy: la situazione attuale dell’inchiesta;

4) Telecom-spy: Le connessioni con il mondo del calcio;

5) Telecom-spy: Gli scandali “telefonici” degli ultimi anni e gli inquietanti interrogativi ad essi collegati


TELECOM-SPY

1° parte: la genesi dell’inchiesta che rischia di sconvolgere l’Italia


"L'Italia - e non solo l'Italia del Palazzo e del potere - è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue "contaminazioni" tra Molière e il Grand Guignol"

Pier Paolo Pasolini, “Lettere Luterane”


Il caso Telecom-spy nasce da una piccola inchiesta, un’indagine riguardante alcune gare d’appalto indette dal Comune di Milano per la “vigilanza privata” dei parchi pubblici.

Una classica storia all'italiana a base di malvessazione e corruttela, ma che nasconde inaspettatamente un inquietante risvolto: il 16 novembre 2003, durante una perquisizione, i Carabinieri scoprono con stupore che il presidente della società vincitrice dell'appalto aveva avuto modo di conoscere in presa diretta le mosse della Procura che, in quel momento, ne stava indagando le mosse.

Era spuntato il germe del dubbio, il sospetto che la Procura della Repubblica di Milano venisse segretamente spiata.

Qualche mese più tardi, il 31 Marzo del 2004, il Presidente di questa società viene arrestato insieme alle sue due insospettabili “talpe”, una cancelliera dell’ufficio dei Gip e (addirittura) un giudice onorario. Al processo le “talpe” si arrendono subito e patteggiano la pena, ma la loro condotta processuale si dimostra quanto mai preziosa per la Procura milanese perché consente ai Magistrati di non svelare tutte le prove che saranno successivamente usate per assestare il primo vero colpo decisivo all’inchiesta.

Il 13 maggio 2004, otto arresti scuotono l’intero gruppo Ivri (Istituti vigilanza Riuniti d’Italia), allora numero uno in Italia nel business della sicurezza privata. Anche in questo caso l’accusa, in sostanza, è quella di corruzione nell’ambito di appalti per la vigilanza. Ma vi è una circostanza che sconvolge i Magistrati: le intercettazioni disposte per far luce sul caso dimostrano come gli indagati fossero assolutamente convinti di poter controllare le mosse della Procura. La storia si ripete e i Magistrati acquisiscono la certezza dell’esistenza di una nuova talpa (ancora oggi non individuata) al Palazzo di Giustizia di Milano.


L’inchiesta a questo punto sembra improvvisamente rallentare (sarà una costante del modo di operare dei giudici di Milano) ma clamorosi colpi di scena sono alle porte.

Il 4 Maggio del 2005 entra infatti in scena il “re delle intercettazioni” Giuliano Tavaroli, ex Carabiniere e capo della security di Telecom Italia. Insieme a lui viene coinvolto anche il suo amico Emanuele Cipriani, massone dichiarato e imprenditore nel settore delle investigazioni private e della security aziendale. Le indagini si infittiscono e vengono perquisiti gli uffici e le abitazioni private dei due, con l’accusa di Associazione a delinquere finalizzata alla violazione del segreto istruttorio.

L’inchiesta, che inizialmente sembrava un affare di secondo piano, comincia ad assumere scottanti ed imprevisti risvolti. Questo soprattutto grazie alla figura di Tavaroli, elemento cardine nell’universo Telecom, ma non solo. L’ex Brigadiere dell’antiterrorismo di Milano, infatti, oltre a dirigere la security di Telecom Italia, ricopre un altro, importantissimo, ruolo: responsabile del Centro Nazionale Autorità Giudiziaria (CNAG), ovvero dell’ente che gestisce tutte le intercettazioni richieste dalla Magistratura. A questo proposito, è assai importante ricordare che fu proprio il Tavaroli a spingere affinché questo delicatissimo incarico gli fosse affidato in prima persona, togliendolo dalla competenza dell’ufficio Legale Telecom di Roma.

Sui fatti, le circostanze e le fonti di prova che hanno portato alla formulazione della grave accusa summenzionata i Magistrati cercano di mantenere il più stretto riserbo ma alcuni giornalisti riescono però a comprendere che, alla base di tutto, c’è qualcosa di molto grosso: una vera e propria centrale di ascolto non autorizzata in grado, quantomeno, di lanciare un allarme “intercettazioni” nel momento in cui l’autorità giudiziaria avesse disposto questo tipo di provvedimento nei confronti di indagati eccellenti. Una sorta di “airbag” a protezione di personaggi di spicco della classe dirigente.

Lo stesso Tavaroli in un'intervista rilasciata a La Stampa di Torino spiega così l’inchiesta della magistratura milanese: «Tutto nasce da un indagine sull’Ivri, un istituto di vigilanza privata. Durante una telefonata intercettata tra un certo Di Ganci, titolare della Sipro (un'altra società di vigilanza privata, ndr), e un suo interlocutore, viene fuori il mio nome, indicato come quello che poteva avvisarli di indagini in corso».

Intanto la Telecom Italia di Marco Tronchetti Provera, alla notizia dell’indagine nei confronti di un suo manager a capo di uno dei settori nevralgici della società, reagisce alquanto ambiguamente: Tavaroli viene rimosso dall’incarico nell’azienda telefonica (con la quale continuerà comunque a svolgere attività di consulenza esterna) ma ne ottiene un altro, sempre internamente al perimetro del gruppo tronchettiano: responsabile della Pirelli in Romania.

Il secondo perno sul quale si volge l’attenzione della Procura milanese è Emanuele Cipriani, proprietario della società investigativa Polis d’Istinto. Il suo coinvolgimento nel caso dipende da due circostanze che hanno dell’incredibile.

Nel settembre del 2004 un grosso rivenditore di pneumatici di Viterbo riceve la “visita” di due finanzieri, che ne rovistano gli uffici e ne controllano i registri contabili. I modi evidentemente inconsueti dell’ispezione suscitano il sospetto del titolare che si mette direttamente in contatto con la Guardia di Finanza, la quale nega l’esistenza di accertamenti sull’azienda. Il successivo e tempestivo intervento della Polizia riesce a bloccare i due finanzieri fasulli che, si scoprirà poi, altro non erano che “incaricati” della Polis d’Istinto, giunti sul luogo per controllare il rivenditore per conto della Pirelli.

Qualche tempo dopo, il pm meneghino Fabio Napoleone ottiene in incarico un’inchiesta giacente da tempo in Procura, riguardante una denuncia sporta da un ex dirigente della Coca-Cola, convinto di essere stato pedinato ed intercettato. La conferma ai suoi sospetti giunge allorché gli viene recapitato un plico con all’interno un Cd-Rom contenente la registrazione (illegale) di molte sue telefonate. Un fatto che si rivelerà cruciale nello svolgimento della vicenda e che sconfessa la strana presa di posizione dell’avvocato Guido Rossi che, dopo aver preso il posto di Tronchetti Provera alla presidenza Telecom (settembre 2006) si affannò a diffidare gli organi di stampa dall’accomunare la vicenda Telecom all’esistenza di intercettazioni abusive (secondo Rossi si sarebbe invece trattato “solo” di un traffico illecito di tabulati).

Nel Marzo del 2006, un altro salto di qualità, con l’entrata in scena della politica: da Milano partono 16 ordini di arresto con l’accusa di corruzione di pubblici ufficiali e spionaggio. Tra i fermati figurano anche due “spioni” di società private romane, incriminati per aver tenuto sotto controllo ben 140 utenze telefoniche private e, soprattutto, per aver l’aver disposto uno spionaggio politico ai danni di Piero Marrazzo (candidato per il Centrosinistra) e di Alessandra Mussolini (candidata per Alternativa Sociale). Per Marrazzo i due avrebbero anche tentato di montare uno scandalo a sfondo sessuale (con tanto di reclutamento di un transessuale). Un intrigo che, per l’accusa, sarebbe servito per favorire il candidato del Centrodestra, Francesco Storace, per le imminenti elezioni della Regione Lazio (questo troncone dell’inchiesta, per competenza territoriale, è stato affidato alla Procura di Roma).


(continua...)