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Astenersi Moratti, Borrelli, Guido Rossi e simili
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martedì 20 maggio 2008

Asilo Moratti


Massimo Gramellini



Commentando la devastazione di un asilo di Parma da parte degli ultrà interisti, il presidente Moratti ha dichiarato al microfono di Radio Rai: «Peccato che ci sia stata questa specie di assalto a questo asilo, ma credo che sia stato involontario, da quello che ho letto pensavano fosse parte dello stadio».

Se il microfono non ha capito male, l’assalto andrebbe dunque considerato involontario, dal momento che i vandali, poveri figli, credevano in buona fede di devastare uno stadio, mica un asilo. Ora, della gente che non distingue un asilo da uno stadio mi sembra abbia dei problemi seri con la realtà, e di certo non li risolverà passando le domeniche a credersi la reincarnazione degli unni.

Ma anche se, in virtù di una congiura ordita dalla maestra di Moggi, lo stadio del Parma si fosse effettivamente truccato da asilo, con i pupazzetti alle pareti e i puffi disegnati sulle lavagne degli spogliatoi al posto del 4-3-3, quale sarebbe la logica giustificazionista del presidente nerazzurro? Che se un luogo pubblico fa parte dello stadio, allora diventa normale, o meno grave, che i tifosi lo distruggano? Che nessun ultrà farebbe mai del male a un asilo (molti, anzi, continuano a frequentarlo come ripetenti), mentre appare scontato che considerino lo stadio un territorio riservato alle loro scorribande?

Se questo fosse il pensiero di Moratti (e non solo del microfono), ci toccherebbe quasi lodarne la sincerità. Infatti gli altri presidenti pensano la stessa cosa, ma hanno il pudore, o la furbizia, di non dirla.


Nota del Mago.

Il pensiero di Infimo è più che eloquente ed indicativo.

Fa capire benissimo lo spessore umano e la totale follia di questa persona.

martedì 13 novembre 2007

Riprendiamoci lo Stato


Massimo Gramellini



Quei teppisti non sono l’Italia, sospira il Presidente della Repubblica, osservando avvilito dal Qatar le immagini dell’assalto ultrà alla caserma di Roma. Non c’è dubbio. Ma allora qual è l’Italia che in queste ore dà così misero spettacolo di sé nei telegiornali di mezzo mondo? Quell’Italia siamo anche noi giornalisti, che invece di dare la notizia dell’assassinio di un ragazzo al casello autostradale, annunciamo che è stato ucciso un tifoso.


Senza minimamente considerare l’effetto che una simile frase potrà provocare nella crapa bacata dei violenti in procinto di andare alla partita: la frequentazione quotidiana con le dichiarazioni volatili dei politici ci ha indotti a dimenticare il potere devastante delle parole.


Quell’Italia sono certi poliziotti sotto pagati e male addestrati, mandati allo sbaraglio da superiori che poi cercano goffamente di proteggerli: non ci è toccato addirittura ascoltare che all’agente «era partito un colpo»? Quell’Italia è uno Stato di diritto dove il diritto è un consiglio, una traccia, uno stato d’animo: i protagonisti della rissa all’autogrill non sono stati nemmeno denunciati. E il ragazzo ammazzato, per il solo fatto di essere una vittima, è diventato già un santo, anche se dentro l’auto in cui è morto gli amici suoi non tenevano bandiere e fischietti, ma coltelli, biglie e sassi. Quell’Italia sono migliaia di teste vuote e i loro genitori ed educatori, tv compresa, che non hanno fatto nessuno sforzo per riempirle con qualche valore che non fosse quotato in Borsa. Quell’Italia è il Paese dove non si arriva mai al fondo di niente e tutto rimane in superficie, a cominciare dai nervi. La calma è dei forti e noi siamo deboli, isterici, fragili: quindi agitati. Le istituzioni non producono progetti ma gesti dimostrativi, sull’onda dell’emozione, possibilmente in tempo utile per sbarcare nei tg. L’ultimo è vietare le trasferte ai violenti, il classico cioccolatino duro fuori e morbido dentro, dato che sono già previste decine di deroghe ed eccezioni. E la contestazione dell’aggravante di terrorismo ai teppisti di Roma? Al processo sarà sicuramente derubricata, ma intanto dà l’illusione di uno Stato che sa il fatto suo, mentre non sa nemmeno sfogliare un calendario, per cui annuncia solennemente che domenica i campionati si fermeranno, quando l’unico campionato che conta, la serie A, era già fermo di suo per la partita della Nazionale.


Quell’Italia è un governo che reagisce (male) alle disgrazie, ma non sa mai prevenirle. Dopo l’omicidio del poliziotto di Catania ci dissero: «Metteremo subito gli steward negli stadi come a Londra». Sono dieci anni che ci dicono che risolveranno il cancro degli hooligans come a Londra. Da quando a Londra lo hanno risolto, appunto. Adesso, un cadavere dopo, e nemmeno in uno stadio, veniamo a sapere che gli steward stanno finalmente per arrivare. Il primo marzo. Vale a dire fra quattro mesi. Forse sarebbe più appropriato travestirli da pesci e spostarli al primo aprile.


Quell’Italia rimane soprattutto un Paese dove piccole minoranze organizzate sottraggono alla maggioranza il diritto di esercitare i propri diritti. Succede nella politica, nelle professioni. E negli stadi. Atalanta-Milan è stata sospesa perché dieci - non mille non cento, dieci - premiati soci della casta ultrà, roteando un tombino appena divelto, minacciavano di invadere il campo. A nulla è servito che decine di migliaia di spettatori muniti di regolare biglietto li contestassero al grido fin troppo tenero di «Scemi scemi». Quei dieci hanno fatto valere le loro regole. Le regole di chi esercita la sopraffazione con la violenza, coperto dall’ombrello di un’impunità che dirigenti e giocatori di calcio - mossi da un unico istinto: la paura - hanno contribuito in questi anni a consolidare, offrendo loro biglietti, magliette e cene gratis. E quale senso di sicurezza trasmette il capo della polizia, quando di fronte a un’orda che arriva a transennare le strade di un quartiere della capitale, spiega di aver ritirato i suoi uomini per evitare che diventassero un facile bersaglio?


Ha ragione il Presidente: quei teppisti non sono l’Italia. Ma neanche quell’Italia può continuare a essere l’Italia in cui vogliamo abitare. L’Italia che sa punire i poliziotti che sbagliano e premiare quelli che lo meritano, anche se non hanno raccomandazioni in paradiso. L’Italia che estirpa i violenti dagli stadi e dalle strade. E non protegge le caste, ma le persone. Perseguendo gli individui e non generiche categorie sociali: i tifosi, i romeni. L'Italia a viso aperto. Tollerante, giusta, decisa. Senza ferocia. Ma senza paura.