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lunedì 10 dicembre 2007

La barzelletta del giorno

Ieri ero allo stadio, a vedere Juve-Atalanta.

I tifosi della Scirea Nord hanno urlato ripetutamente "Gabriele uno di noi" (tra un coro contro la polizia ed un coro contro i carabineri).

Ma....

Gabriele Sandri non faceva parte di un gruppetto di teppisti?
E quei teppisti non aveva assalito un gruppo di tifosi juventini che per caso si erano trovati al medesimo autogrill?

Roba da matti

venerdì 16 novembre 2007

Nazionale con il lutto in Scozia? Io sto con Seedorf


Sabato la Nazionale ascenderà in campo a Glasgow con il lutto al braccio.

Il presidente federale Giancarlo Abete (il nuovo che avanza...) ha spiegato la decisione come testimonianza di rispetto per Gabriele Sandri e la sua famiglia.

Peccato però che nel frattempo sia emerso qualche dettaglio in più sulla limpida e mite figura di Gabriele Sandri (Napolitano docet).

La scelta di scndere in campo con il lutto al braccio, già illogica ab origine, diventa ora del tutto assurda.

Io sto con Clarence Seedorf, che domenica a Bergamo si era rifiutato di indossare il lutto al braccio, illustrando poi in questo modo la propria decisione: "non sapevo di chi si trattava e allora ho deciso di non associarmi con un fantasma. Per rispetto anche ad altre situazioni che ci sono state prima, tipo il fratello di Kaladze, eccetera. La Federazione e la Lega non fanno mai niente quando la situazione è legata a un giocatore. Non credevo che era giusto in quel momento senza sapere di chi si trattava, quale era la situazione, di fare quel gesto. Il gesto giusto, secondo me era quello di spostare la partita di dieci minuti. Finché non c'era la chiarezza sulla situazione completa, non mi sembrava giusto metterlo. Con quello che è successo, il calcio ha perso ancora una volta. Speravo che si potesse veramente migliorare il sistema. I responsabili in Italia si prendano le loro responsabilità” (intervista a Sky, rilasciata dopo la sospensione della partita con l'Atalanta).

Occhio agli aggettivi


Giorgio Napolitano ha chiesto nei giorni scorsi di fare «piena luce» sulla «tragedia assurda» della morte di Gabriele Sandri «indipendentemente dai gravi fatti di violenza verificatisi a Roma e altrove, che sono da considerarsi del tutto estranei alla limpida e mite figura del giovane Sandri».


Giustissimo chiedere di fare luce.

Ma a volte è meglio non sbilanciarsi troppo con gli aggettivi.

Ecco perché


Carlo Bonini

"C'erano sassi nelle tasche di Gabriele. In autogrill i laziali fecero un agguato"



Sostiene il Dipartimento della Pubblica sicurezza che, alle 9.15 di domenica mattina, alla stazione di servizio Badia al Pino est, l'agente Luigi Spaccarotella ha volontariamente indirizzato il tiro della sua pistola di ordinanza sulla Renault Scenic su cui viaggiava Gabriele Sandri.

Sostiene il Dipartimento della Pubblica sicurezza che i tifosi della Lazio che con Sandri viaggiavano hanno raccontato una storia monca, almeno ad uso pubblico. Erano in nove - otto uomini e una donna - su due macchine. Non in cinque, su una sola auto. E quando il colpo assassino è partito, "Gabbo" non stava dormendo. Perché dai suoi indumenti, nell'obitorio di Arezzo, sarebbero saltati fuori due sassi "verosimilmente" caricati alla partenza da Roma. Con i suoi compagni - sostiene ancora il Dipartimento - aveva appena perso la "preda" di quegli istanti. Cinque romani, tifosi della Juventus diretti a Parma, circondati e aggrediti con coltelli, fibbie, biglie, sassi, ombrelli. Inseguiti fin nell'abitacolo della Mercedes nera classe A con cui erano arrivati all'autogrill seguendo lo stesso tratto di autostrada delle due macchine di laziali. Una Renault Scenic (su cui viaggiava Sandri) e una Renault Clio.

Ieri, al capo della Polizia Antonio Manganelli è stata dunque consegnata da chi, tra i suoi funzionari, ha lavorato all'indagine, quella che viene proposta come "la ricostruzione definitiva" dei fatti che sono costati la vita a Gabriele Sandri. E se è una ricostruzione corretta, l'intera sequenza di quel mattino va riscritta. Per l'omicidio, resta ferma la sola e inescusabile responsabilità di chi ha cancellato una vita, sparando ad altezza d'uomo. L'agente Spaccarotella. Al contrario, vanno raccontate da capo le mosse di tutti gli altri protagonisti di quel mattino. Otto uomini e una donna, si diceva, gli identificati dalla polizia. Gabriele Sandri, la vittima. E, con lui, Marco Turchetti, Francesco Giacca, Francesco Negri, Simone Putzulu, Valentino Ciccarelli, Carlo Maria Bravo, Marco Timperi, Francesca Montesanti.

Partono da Roma alle 6.30 del mattino di domenica, con appuntamento in piazza Vescovio, dove, non più tardi del 22 settembre, un'altra trasferta è stata interrotta dalla polizia. Quella di 60 laziali verso Bergamo, con un borsone carico di coltelli, accette, machete. Non è la prima trasferta che i nove fanno. Con la storia di Bergamo non hanno nulla a che vedere. Le loro identità nulla dicono agli archivi della polizia. Con due sole eccezioni. Quella di Gabriele Sandri (identificato nel 2002 a Milano insieme a una ventina di tifosi armati di cacciavite) e di Marco Turchetti, denunciato il 9 aprile dello scorso anno quando viene pizzicato in un Siena-Lazio armato di coltello. Anche quella domenica mattina, alcuni dei nove viaggiano con "lame", sassi, biglie, fibbie. Armi buone per il corpo a corpo, che verranno ritrovate in terra, dopo le 9.15, sull'asfalto dell'autogrill Badia al Pino est e che a loro vengono attribuite dalla polizia sulla base delle impronte digitali.

Le macchine sono due. Una Renault Scenic guidata da Marco Turchetti su cui viaggiano in cinque (e a bordo della quale è Sandri). Una Renault Clio, su cui prendono posto in quattro. Alle 9, le due macchine entrano nell'area di servizio Badia Al Pino est e si parcheggiano in un punto riparato, vicino alle pompe di benzina.

In sosta è anche una Mercedes nera classe A su cui viaggiano cinque ragazzi romani, dello "Juventus club Roma". Vanno a Parma, probabilmente non da soli, dal momento che la polizia sta cercando una seconda macchina (che comunque non si fermerà all'autogrill di Badia Al Pino). I laziali sostengono a verbale di riconoscerli come tali perché uno di loro ha una felpa con su scritto Juventus. Un altro perché li sente parlare tra loro di calcio ("Speriamo che oggi la Lazio ci faccia un favore battendo l'Inter").

Sono ora all'incirca le 9 e, sempre a stare alla ricostruzione della polizia, i 5 juventini (identificati e ascoltati in questi giorni), entrano nell'autogrill per un caffè. Fuori, i nove laziali si travisano, si armano e si preparano a quello che il Viminale definisce un "agguato". Che scatta quando dal bar escono i primi tre dei cinque juventini. Nove contro tre. Nove armati, contro tre disarmati. La colluttazione dura pochi istanti. I tre fuggono verso la Mercedes, raggiunti dagli altri due che abbandonano precipitosamente il bar. La furia dei laziali si abbatte sulla Mercedes. Quando la polizia fermerà la macchina (circostanza volutamente taciuta in questi giorni di indagine), ne trova i segni. Il lunotto anteriore è sfondato, come quello posteriore destro. La carrozzeria rientrata in più punti.

Sull'altra corsia, nella stazione di servizio che fa specchio a Badia al Pino, l'agente Spaccarotella, richiamato dal rumore e dalle grida, intercetta la sequenza mentre sta controllando i documenti di tre ragazzi sorpresi in possesso di coltelli. Non sono tifosi, ma frequentatori di centri sociali (che, come gli altri presenti, testimonieranno su quegli istanti). La sirena azionata da uno dei colleghi di Spaccarotella, interrompe la furia dei laziali. Dice di "essersi messo a correre" per avere una visuale migliore sulla rampa di uscita dall'autogrill sul lato opposto. Vede allontanarsi prima la Mercedes, quindi la Renault Clio. Forse spara allora il primo colpo in aria. Quindi, decide di puntare l'arma verso l'ultima macchina che si sta allontanando, la Scenic con a bordo Sandri. Spaccarotella sostiene di aver "brandeggiato" l'arma in direzione dell'auto intimando l'alt e, in quel momento, di aver sentito partire il colpo ("Avevo il braccio destro teso e la mimica di chi vuole fermare qualcuno in fuga"). Il Dipartimento non gli crede. Non crede al "brandeggiamento" dell'arma. Crede al cortocircuito di chi vede sfuggire l'ultimo dei bersagli e tenta di arrestarne la corsa con un colpo impossibile. Che diventa volontario e omicida.

mercoledì 14 novembre 2007

Ponzio Odiato

di Laura Mingioni
Come Ponzio Pilato. Della morte del tifoso laziale Gabriele Sandri e degli assalti ultras contro la polizia che hanno messo a ferro e a fuoco le caserme di mezza Italia il ministro dell’Interno Giuliano Amato se ne lava le mani.
«Noi abbiamo vissuto ore difficili – ha ammesso il responsabile del Viminale riferendo in aula alla Camera, sulla tragica domenica di sangue che ha lasciato sulla piazzola di sosta di un autogrill il corpo senza vita di un ragazzo di 28 anni, ucciso per errore da un colpo esploso da un agente della stradale – non siamo stati in grado di dare un’informazione tempestiva, ma non abbiamo occultato nulla che sapessimo».
Peccato che, nella giornata del caos e della battaglia campale contro le forze dell’ordine, il capo dell’Interno abbia fatto capolino con un primo intervento ufficiale solo nove ore dopo la "tragica fatalità”.
Un ritardo che non scalfisce la convinzione di Amato: «Una comunicazione più chiara sulle circostanze della morte di Gabriele Sandri - ha ribadito il ministro - non avrebbe comunque impedito ai violenti di comportarsi come si sono comportati».
Come dire, il Viminale è impotente di fronte alle esplosioni di rabbia e brutalità che per una sera hanno messo sotto scacco la capitale.
Ferendo, devastando e incendiando prima tutta la zona del Foro italico e poi ponte Milvio e il quartiere Flaminio. Costringendo i poliziotti a restare asserragliati nei loro fortini “per evitare una mattanza”.
E lo Stato ad arrendersi senza condizioni alla tempesta di molotov e bombe carta scatenata dalla teppaglia curvaiola grazie al tam tam degli sms e dei blog su Internet.
Scene di guerriglia urbana che rivelano la totale impreparazione del governo nell’analizzare, contenere e reprimere una spirale di violenza del tutto immotivata. Una catena di errori madornali nella gestione dell’ordine pubblico che non lascia spazio a giustificazioni di sorta.
Certo, l’osservatorio sulla Sicurezza del ministero dell’Interno ha ordinato lo stop alle trasferte di massa dei tifosi violenti e d’ora in poi i questori potranno sospendere le partite anche se le zuffe avvengono fuori dagli stadi. Fatto sta che domenica scorsa il Viminale ha perso il controllo della situazione, lasciando il paese per un’intera notte, in balia di un gruppo di incappucciati facinorosi e pericolosi.
E facendo dell’avventato autore dell’omicidio il capro espiatorio di una giornata di straordinaria inettitudine politica.
«Gabriele Sandri – ha dichiarato il ministro davanti ai banchi di una Montecitorio semideserta – non sarebbe morto se una mano non avesse sparato, e questo è imperdonabile».
«L’uccisione del supporter laziale – ha aggiunto subito dopo, confermando la tesi di una regia eversiva degli scontri – è stata per i tifosi violenti l’occasione cercata e trovata per rialzare le bandiere ammainate dopo la morte di Raciti». Una "occasione di vendetta", a nemmeno un anno di distanza dalla morte dell’ispettore catanese, a cui il Viminale non ha saputo opporre nient’altro se non una fatalistica accettazione della logica dell’illegalità.
Intanto ieri mattina sui muri della capitale sono comparse scritte minacciose contro la polizia, mentre a Milano, Bergamo e Taranto sono scattate le manette per decine di ultras coinvolti, secondo gli inquirenti, negli incidenti seguiti alla morte di Sandri.
I reati contestati vanno dalla violazione della diffida dallo stadio (Daspo) alla resistenza a pubblico ufficiale.
I funerali del giovane dj si terranno a Roma nella parrocchia di San Pio X [oggi, nota del Mago]. La Giunta comunale della capitale, riunita ieri in seduta straordinaria, ha proclamato due ore di lutto cittadino in concomitanza con le esequie. Il tutto mentre le pricipali "curve" italiane si organizzano per essere presenti all’ultimo saluto al tifoso laziale: quelle della capitale, dove mercoledì a mezzogiorno si svolgeranno i funerali, ma anche quelle del nord.