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Astenersi Moratti, Borrelli, Guido Rossi e simili
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mercoledì 28 febbraio 2007

Plusvalenze, uno scandalo tutto italiano. Cosa sarebbe accaduto senza il decreto salvacalcio? Il Mago di Ios

Con il decreto salva – calcio, il legislatore ha consentito alle società (sostanzialmente tutte, tranne Juventus e Sampdoria) di manipolare per l’ennesima volta i bilanci, nascondendo gli effetti contabili generati dallo scoppio della bolla speculativa delle plusvalenze fittizie ed evitando l’adozione immediata dei provvedimenti previsti dagli articoli 2446 e 2447 del codice civile. L’Organismo Italiano di Contabilità (OIC) ha espresso un giudizio fortemente critico sul decreto, precisando che "la norma in questione costituisce una deviazione dai principi generali della disciplina del bilancio di cui agli articoli 2423 e seguenti del codice civile, nonché dal disposto delle direttive contabili comunitarie. Inoltre, essa non è in linea con i principi contabili nazionali e con i principi contabili internazionali". Il decreto salva – calcio è stato comunque bocciato dalla Commissione Europea, che lo ha giudicato in contrasto con le direttive contabili e con la normativa sugli aiuti di stato. Per effetto di questa bocciatura, le norme incriminate sono state abrogate e le società di calcio - che nel bilancio 2003 avevano svalutato il parco giocatori, contando di poter spalmare l’effetto economico della svalutazione su dieci anni - si trovano a dover invece "scaricare" a conto economico l’importo residuo della svalutazione entro giugno 2007. "Nell’ultimo bilancio [cioè, quello al 30 giugno 2006], l’Inter ha stanziato 111,8 milioni di ammortamenti per assorbire il 35% della svalutazione calciatori fatta con la legge salvacalcio (per 319,4 milioni totali). Dovrà assorbire i residui 111,8 milioni con il bilancio corrente, al 30 giugno 2007" (Gianni Dragoni, Il Sole 24 Ore del 10 gennaio 2007). E nella medesima situazione si trovano anche Milan, Roma e Lazio. Come fare ad assorbire questi costi straordinari, senza dover mettere mano al portafoglio per coprire le perdite e ricapitalizzare la società? Semplice. Con delle altre plusvalenze fittizie. E’ cambiato solo l’asset su cui realizzare la plusvalenza. Dai calciatori ai marchi. E anche questa volta il petroliere ambientalista è riuscito ad essere un assoluto protagonista. L’Inter, infatti, ha ceduto il proprio marchio alla società Inter Brand (controllata al 100%) realizzando una plusvalenza (fittizia, ça va sans dire) di 158 milioni di euro. Il Milan questa volta ha superato, seppure di poco, i cugini, rilevando una plusvalenza di 186 milioni di euro sulla cessione del marchio alla propria controllata Milan Entertainment. Leggermente inferiori (ma comunque significativi), invece, i "risultati" ottenuti dalla Roma (127 milioni di plusvalenza) e Lazio (95 milioni). Ma la storia della contabilità creativa delle società di calcio non finisce certo qui. Le dichiarazioni di Matarrese della scorsa settimana ("la situazione dei bilanci è catastrofica, ci sono tanti club in difficoltà e stiamo pensando a come modificare i parametri della Covisoc per evitare i problemi che potrebbero venire a crearsi con le iscrizioni") fanno intravedere nuovi sviluppi "creativi".

Pubblicato su MAGAZINE BIANCONERO nr. 10 del 28/2/07

mercoledì 21 febbraio 2007

Il calcio gonfiato andrebbe sanzionato. Il Mago di Ios

La bolla speculativa delle plusvalenze fittizie ha gonfiato a dismisura il valore contabile del parco giocatori delle società di calcio, generando oneri per ammortamenti crescenti e, alla lunga, insostenibili. Questo circolo vizioso ad un certo punto si è interrotto e le società si sono trovate a dover necessariamente svalutare il costo dei giocatori, ormai iscritti in bilancio a valori completamene irrealistici.
In base alle ordinarie regole di contabilità, questa svalutazione – frutto, si badi bene, delle plusvalenze creative degli anni precedenti - avrebbe dovuto essere imputata a Conto Economico, con un conseguente impatto drammatico sul risultato d’esercizio e sul patrimonio netto delle società coinvolte. Si tratta di un aspetto particolarmente delicato. Infatti, l’art. 2447 del codice civile dispone che quando il patrimonio netto scende, per effetto di perdite, al di sotto del minimo legale, la società deve essere necessariamente ricapitalizzata. L’alternativa è la messa in liquidazione.
Il famoso decreto salva-calcio ha dato un’ennesima, anche se temporanea, boccata di ossigeno alle società di calcio, consentendo di spalmare la svalutazione su dieci anni. La maggior parte delle società di Serie A ha approfittato di questo decreto, svalutando il proprio patrimonio calciatori nel bilancio al 30 giugno 2003.
Ora, tutte le società che hanno utilizzato il decreto salva-calcio avrebbero avuto, in assenza dell’agevolazione contabile prevista dal decreto, un patrimonio netto negativo (con l’unica eccezione della Lazio, che era già sott’acqua anche pre-decreto…). Un patrimonio netto negativo (quindi, per definizione al di sotto del minimo di legge) avrebbe determinato automaticamente l’applicazione dell’art. 2447 del codice civile, imponendo ai soci una “indigesta” ricapitalizzazione.
L’importo delle svalutazioni effettuate ai sensi del decreto salva-calcio è davvero impressionante. E rende bene l’idea di come la pratica delle plusvalenza fittizie avesse raggiunto livelli folli. L’Inter, con 319,3 milioni di euro, primeggia nel campionato delle svalutazioni (un altro titolo vinto meritatamente dagli onesti di Via Durini). Ma anche le altre big si sono difese egregiamente. Milan: 242 milioni di euro. Lazio: 191,6 milioni di euro. Roma 133,6 milioni di euro.
Il decreto salva-calcio ha reso particolarmente interessanti, sotto il profilo del maquillage di bilancio, la vendita dei giocatori svalutati. Infatti, la svalutazione viene ripartita su dieci anni, mentre la plusvalenze realizzata sulla cessione è rilevata subito ed integralmente a Conto Economico. Anche in questo caso, la società di Via Durini si rivela imbattibile. La vicenda di Crespo, infatti, è molto istruttiva. Il valore contabile dell’attaccante argentino nel bilancio dell’Inter al 30 giugno 2002 era di 38 milioni di euro. L’anno successivo, la società del petroliere ambientalista si è avvalsa, come visto in precedenza, del decreto salva-calcio. Il valore di Crespo è stato portato da 38 a 4,45 milioni di euro, con una svalutazione quindi di oltre 33 milioni (da ripartire su dieci anni). Pochi mesi dopo, Crespo viene ceduto al Chelsea per 24 milioni di euro, con conseguente maxi-pusvalenza di quasi 20 milioni… Anche con Cannavaro gli onesti di Via Durini hanno utilizzato il medesimo schema, svalutando il calciatore per poi cederlo (alla Juventus, nell’ambito del famoso scambio alla pari con Carini) con una meritata plusvalenza.
E la Juve dei diavoli Moggi e Giraudo? Non si è avvalsa (così come la Sampdoria) del decreto salva-calcio. Per un motivo molto semplice. Non avendo sostanzialmente partecipato al campionato delle plusvalenze fittizie, la società non si è trovata a dover “fronteggiare”, a differenza di altre squadre dalla specchiata onestà, un parco giocatori contabilmente dopato.

Pubblicato su MAGAZINE BIANCONERO nr. 9 del 21/2/07

mercoledì 14 febbraio 2007

Plusvalenze fittizie, un malcostume italiano - Il Mago di Ios

Ad onor del vero, il fenomeno delle plusvalenze incrociate e fittizie non riguarda solo Milan ed Inter. Anche Roma, Lazio e Parma sono state infatti assolute protagoniste del sistema. Nell’estate del 2001, Roma e Parma stabiliscono un canale privilegiato, scambiandosi sei giocatori – Sergej Gurenko, Amedeo Mangone e Paolo Poggi (da Roma a Parma); Saliou Lassisi, Raffaele Longo e Diego Fuser (da Parma a Roma) – per una plusvalenza di circa 50 miliardi (del vecchio conio) a società. L’anno successivo, la Roma farà ancora di meglio, realizzando una plusvalenza di circa 95 milioni di euro grazie alla cessione di 20 giovani e sconosciuti calciatori a società di secondo piano (Ancona, Cagliari, Cittadella, Cesena, Cosenza, Lecce, Livorno, Messina, Napoli, Palermo, Piacenza, Reggiana, Salernitana e Torino). Trattandosi di plusvalenze necessariamente incrociate, la Roma ha contestualmente acquistato dalle medesime società, ad un prezzo equivalente a quello incassato, altrettanti giocatori sconosciuti. Ugualmente proficui sono stati gli affari tra Lazio e Parma. Nel corso degli anni, infatti, le due società hanno concluso operazioni per centinaia di milioni di euro, scambiandosi giocatori del calibro di Veron, Crespo, Almeyda e Conceiçao. Tutte queste operazioni incrociate sono evidentemente volte solo ad evidenziare plusvalenze fittizie che consentano di "puntellare" bilanci che altrimenti avrebbero dovuto esporre perdite di importo tale da comportare l’applicazione degli articoli 2447 e 2448 del codice civile (con la necessaria ricapitalizzazione della società da parte degli azionisti, pena la messa in liquidazione). Il miglioramento dei conti economici, tuttavia, è solo apparente, perché ad una plusvalenza fittizia si accompagnano sempre maggiori costi (ammortamenti) futuri. In altri termini, gli scambi incrociati, pur consentendo di gonfiare i risultati di bilancio nell’esercizio di realizzazione dell’operazione, hanno determinato il cumularsi nel corso degli anni successivi di crescenti pesanti oneri per ammortamenti. Con la conseguente necessità di generare in continuazione nuove plusvalenze per assorbire questi maggiori costi. E’ una sorta di circolo vizioso, di bolla speculativa destinata a scoppiare. Ed infatti ad un
certo punto il sistema è diventato insostenibile. Ed il legislatore è prontamente intervenuto, approvando il famoso decreto "salva calcio" per consentire alle società di imbellettare ancora una volta i bilanci in deroga alle ordinarie regole di contabilità.

Pubblicato su MAGAZINE BIANCONERO nr. 8 del 14/2/07

mercoledì 7 febbraio 2007

Plusvalenze di sera, bel tempo si spera

La cessione di Tizio per acquistare, ad un prezzo sostanzialmente equivalente, la fotocopia Caio è il meccanismo più semplice, dal punto di vista concettuale, per realizzare una plusvalenza ed “imbellettare” così il bilancio. Questo sistema, tuttavia, presenta alcune pecche. Innanzitutto, per massimizzare “l’effetto plusvalenza” è necessario cedere un giocatore
importante, che abbia un’elevata quotazione di mercato ma un basso valore
contabile (perché acquistato a poco o perché quasi completamente ammortizzato). E già questo requisito rappresenta di per sé un ostacolo. Soprattutto per una squadra come l’Inter del petroliere ambientalista, che spesso e volentieri ha comprato bidoni a caro prezzo. Non bisogna neppure trascurare un altro aspetto. Se non si vuole impoverire la rosa, Tizio deve essere sostituito con un giocatore di pari valore. Quindi, un giocatore
costoso, con il conseguente impatto in termini di maggiori ammortamenti
futuri (ma questa è un circolo vizioso comune a tutti i sistemi di generazione delle plusvalenze contabili). E poi, sotto il profilo prettamente sportivo, questa sostituzione potrebbe anche non essere “digerita”, con un conseguente impatto negativo sull’economia della squadra.
Con il meccanismo degli scambi incrociati viene risolta buona parte dei problemi. Non è più, infatti, necessario avere in rosa un giocatore “plusvalente” (vale a dire, con elevato valore di mercato e basso valore
contabile). La plusvalenza, infatti, viene realizzata in un altro modo. Gonfiando, artatamente ed in modo spropositato, il valore dei giocatori scambiati. L’operazione, quindi, può essere effettuata con qualsiasi giocatore in rosa. Di solito, si tratta di calciatori di medio livello. Se non,
addirittura, di veri e proprio sconosciuti. Riducendo così anche il rischio di “crisi di rigetto”.
Un esempio concreto vale più di mille parole. Nell’estate 2002, Francesco Coco è stato ceduto dal Milan all’Inter per 29 milioni di euro (circa 56 miliardi del vecchio conio). Contemporaneamente, l’Inter ha venduto
Seedorf per la stessa cifra al Milan. Le due squadre si sono così assicurate una congrua plusvalenza, senza alcun impatto finanziario (perché i crediti e debiti reciproci si compensano). Anche per i calciatori non è cambiato granché. Coco, in particolare, ha continuato a frequentare il privé dell’Hollywood. E’ appena il caso di notare come, nello scambio tra cugini, il Milan abbia comprato un buon giocatore, rifilando un bel bidone
all’Inter. D’altronde, la competenza non si trova sugli scaffali del supermercato.
Francesco Coco, Andrea Pirlo, Clarence Seedorf, Andrés Guglielminpietro, Dario Simic, Cyril Domoraud, Christian Brocchi. Tutti questi giocatori hanno un comun denominatore. Hanno cambiato squadra, restando sempre a Milano e lasciando in eredità una consistente plusvalenza.
Nell’estate del 2003, le due società meneghine hanno concluso un altro mega-scambio incrociato di giocatori. I rossoneri hanno ceduto ai nerazzurri Simone Brunelli, Matteo Deinite, Matteo Giordano e Ronny Toma. In cambio, i nerazzurri hanno dato ai rossoneri Salvatore Ferraro, Alessandro Livi, Giuseppe Ticli e Marco Varaldi. Il prezzo pattuito per ciascun “quartetto” è stato di circa 14 milioni di euro. Non male per dei giocatori sconosciuti.

Pubblicato su MAGAZINE BIANCONERO nr. 7 del 7/2/07

mercoledì 31 gennaio 2007

Plusvalenze ci sono, meglio è - Il Mago di Ios

Per comprendere le vicende della Plusvalenzopoli nerazzurra è necessario
fare una veloce panoramica su alcune regole di contabilità.
Il Conto Economico è uno dei documenti che compongono il bilancio di una società (assieme allo Stato Patrimoniale e alla Nota Integrativa).
Nel Conto Economico si registrano i ricavi ed i costi e – per differenza – si
rileva l’utile o la perdita dell’esercizio sociale.
Concentriamo l’attenzione su due voci particolari del Conto Economico. L’ammortamento del costo d’acquisto dei calciatori. E le plusvalenze.
Il costo per l’acquisto di un calciatore ha un’utilità pluriennale (a condizione che, ovviamente, la società acquirente non stipuli con il professionista un contratto di un solo anno). Deve essere quindi “capitalizzato” (vale a dire, registrato come attività nello Stato Patrimoniale) e “spalmato” lungo la durata del contratto con la procedura d’ammortamento: ogni anno, viene rilevato a Conto Economico solo una parte del costo del cartellino (la quota di ammortamento, determinata dividendo il costo per il numero di anni del contratto) e si riduce, del medesimo importo, il valore contabile del giocatore iscritto nello Stato Patrimoniale.
Le plusvalenze (e le minusvalenze) derivanti dalla cessione dei diritti alle prestazioni dei calciatori sono determinate come differenza tra il prezzo concordato per la cessione ed il valore contabile residuo del giocatore (cioè, il costo originario di acquisto, al netto delle quote di ammortamento
già contabilizzate). Queste plusvalenze e minusvalenze sono rilevate a Conto Economico (rispettivamente come ricavi e come costi) nell’esercizio in cui viene formalizzato il trasferimento.
Riassumendo. Ogni anno, nel Conto Economico viene rilevato un costo, pari alla quota di ammortamento del prezzo di acquisto del giocatore. A parità di durata del contratto, tanto più è alto (gonfiato?) il costo di acquisto, tanto più elevata diventa la quota di ammortamento. La cessione del calciatore può generare un ricavo (plusvalenza) od un costo (minusvalenza), a seconda che il prezzo di cessione sia più alto o più basso del valore contabile residuo attribuito al giocatore in questione.
I vincitori del Tavolino 2005/2006 hanno sistematicamente sfruttato il meccanismo delle plusvalenze per sistemare il bilancio d’esercizio, riducendo in modo artificioso le perdite realizzate sotto l’illuminata direzione del petroliere ambientalista.
Ed è proprio questa motivazione contabile che spiega diverse operazioni di mercato che con il calcio – e lo sport – non hanno nulla a che fare. Il meccanismo, nella sua forma più semplice è il seguente. Poniamo che l’Inter abbia acquistato il calciatore Tizio ad un prezzo di 1000, facendogli
un contratto di cinque anni. La quota annuale di ammortamento è quindi di 200 (1000 diviso 5). L’anno successivo, Tizio viene ceduto a un prezzo di 3000. Si realizza così una plusvalenza di 2200 - pari alla differenza tra prezzo di vendita (3000) ed il valore non ammortizzato del calciatore (1000 – 200 = 800) - che viene iscritta tra i ricavi del Conto Economico. Contemporaneamente viene acquistato, sempre per 3000, il calciatore Caio, equivalente (per ruolo ed abilità) a Tizio. Dal punto di vista sportivo, queste due operazioni di mercato (la cessione di Tizio per acquistare la sua fotocopia Caio), non hanno probabilmente particolare senso. In questo modo, però, il bilancio dell’Inter è migliorato (apparentemente), grazie alla plusvalenza di 2200. E sotto il profilo finanziario, non succede alcunché di particolare. L’uscita di 3000 per l’acquisto di Caio è compensata dall’incasso, sempre di 3000, derivante dalla vendita di Tizio. Si tratta – è bene dirlo - di un’operazione perfettamente lecita.
Il meccanismo, però, è stato ulteriormente perfezionato, diventando, come vedremo, molto più creativo.

Pubblicato su MAGAZINE BIANCONERO nr. 6 del 31/1/07